Published On: sab, apr 12th, 2014

Cécile Kyenge presenta a Parma il suo libro Ho sognato una strada

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Kyenge3«Si può fare cultura anche da immigrati». Esordisce così, Cécile Kyenge, durante l’evento promosso da Cleophas Adrien Dioma, direttore artistico del Festival Ottobre Africano in collaborazione con la Libreria Fiaccadori, che ha ospitato l’appuntamento e il PD di Parma in occasione della presentazione del suo libro “Ho sognato una strada. I diritti di tutti”, (Piemme Edizioni).

A conversare con la deputata c’è Adele Tonini che tenta di toccare tutti i punti cari alla Kyenge: la partecipazione attiva degli stranieri alla vita del paese, il diritto alla cittadinanza, il diritto di voto, l’importanza dell’azione non violenta. L’incontro con la deputata, ex ministro per l’Integrazione, parte inizialmente con temi che la coinvolgono dal punto di vista politico. Ma il suo libro, non è un manifesto politico è il racconto della storia della Kyenge una volta arrivata in Italia, molti anni fa.

Dedicato alle sue guide spirituali Nelson Mandela e Martin Luther King, condivide la sua storia ricordando i principi basilari che dovrebbero riguardare tutti, non solo gli stranieri, come il diritto a sognare: -«Mentre finivo di scrivere il libro mi è arrivata la notizia della morte di Nelson Mandela. Mio grande desiderio sarebbe stato quello di far scrivere la prefazione del libro a lui. Con la sua scomparsa non ho più messo la prefazione e tutto il terzo capitolo è dedicato a lui. Dedico il libro anche alle mie figlie e attraverso loro a tutti i giovani. Vorrei che il mio racconto sia anche un manifesto contro la rassegnazione, è importante partire dal proprio sogno per arrivare anche ad un progetto collettivo, è un invito a fermarsi e riflettere. E’ anche un testamento culturale. Io ho sognato una strada ma non è detto che io ne veda la fine. Noi lasceremo gli strumenti idonei per continuare in questo “viaggio” a chi verrà dopo di noi. Dobbiamo accompagnare i giovani a rendersi conto che con la determinazione e la fede possono arrivare lontano e non devono dimenticarsene.»-

Una determinazione che appare più che evidente nella parte in cui si legge di una Cécile che s’iscrive in medicina nel suo paese di origine ma l’iscrizione non viene formalizzata per essere poi spostata, d’ufficio, alla facoltà di Farmacia: -«Alle cinque del mattino mi svegliavo e alle sei e mezza ero seduta in prima fila insieme ad altre ottocento persone.  Io passavo gli appunti a tutti, non a Farmacia ma alla facoltà di Medicina! Non ho mai messo piede in un’aula di Farmacia e andavo tutti i giorni dal Rettore a dirgli che si erano sbagliati e che dovevano iscrivermi a medicina.»

Nella narrazione di Cécile riveste un particolare significato simbolico una valigia azzurra: -«Sono partita con una valigia azzurra enorme. Non sono andata a cercarla o a comprarla apposta. I migranti non andavano di certo a fare shopping prima della partenza, si partiva con quello che si aveva. Io in casa avevo questa valigia. Era praticamente vuota, dentro i miei vestiti, qualche libro e una sola certezza: di sapere di avere diritto allo studio, di avere il diritto di inseguire il mio sogno di studiare medicina. La mia storia da migrante partita con quella valigia assurda, non è tanto diversa da quella degli altri. Io sono diventata quella che sono perché non mi sono mai arresa. Molti dicono che per me è stato diverso, visto che ho studiato e che sono medico, ma per molti versi mi è andata peggio di molti altri. Appena arrivata in Italia, diciannovenne, venni subito derubata in albergo, chi doveva assegnarmi la borsa di studio morì d’infarto il giorno stesso del mio arrivo, quindi nessuno era stato messo al corrente della mia situazione.»-

Nella storia di Cécile sembra che il destino si sia divertito a mettere le mani è ovunque a partire da uno scambio di persona: -«Persi l’esame di ammissione alla facoltà di medicina, per un giorno solo, perché il mio aereo arrivò in ritardo. Il vescovo della mia città mi aveva dato una lettera dicendomi che in caso di bisogno potevo andare dal sacerdote indicato nella lettera. Il portinaio si sbagliò e chiamo padre Bechesh anziché padre Becher. Per mia fortuna era un giovane, molto dinamico, in gamba. Campendo di non essere lui, il destinatario della lettera, non ci pensò due volte.»

Essendo il sacerdote di origine Ungherese, un rifugiato politico, con un’esperienza da migrante alle spalle, capiva benissimo la situazione di Cécile e l’aiuto rivelandosi decisivo in questa fase: – «Probabilmente se la lettera fosse arrivata alla persona giusta le cose sarebbero andate diversamente e forse oggi io non sarei qui. Padre Bechesh è stato la mia guida durante gli anni della laurea. Dopo un anno dal mio arrivo, incontrai il sacerdote destinatario originale della lettera: era un anziano, sordo, cieco e sulla sedia a rotelle. Probabilmente non sarebbe stato in grado di aiutarmi.»-

Ricorda la responsabilità delle famiglie, degli adulti nell’approccio che possono usare con gli altri, l’importanza del confronto positivo: -«Questa mattina, prima di venire qui, sono stata in una scuola media e ho parlato con i ragazzi. Ho chiesto ad uno di loro a caso di indicarmi il suo migliore amico e di spiegarmi come mai si fossero scelti. Lui mi ha dato delle motivazioni più che normali: passioni, interessi o il fatto di essere cresciuti insieme fin da piccoli. Uno dei due amici era italiano, l’altro marocchino. Nessuno dei due ha definito l’amico per l’origine o il colore della pelle. E’ importante partire dal valore delle persone, dal capitale umano piuttosto che dalle differenze razziali.»-

Ascoltare l’autrice parlare del libro e della sua vita ha fatto emergere il suo carattere di donna e non solo di deputata. Una donna forte, determinata che ha affrontato “una Roma” non sempre amichevole, vittima di strumentalizzazioni e di prese in giro. Orgogliosa di aver affrontato dei temi tabù in un’Italia, non sempre comprensiva, ma che le ha dato tanto e he continua a farlo. Lei non si arrende e promette di continuare a parlare d’immigrazione, integrazione, cittadinanza e soprattutto il diritto all’uguaglianza.

Maroua El Baoui

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