Published On: dom, giu 8th, 2014

Intervista a Stefano Crupi, autore di “Cazzimma”

Stefano Crupi, autore del libro rivelazione della primavera, venerdì è stato ospite della libreria Ubik di Parma, dove ha presentato il suo romanzo intervistato da Salvo Taranto. Crupi è casertano, ha 36 anni, è laureato alla “Federico II” di Napoli in Economia, di professione fa il giornalista. Il 15 Marzo 2014 esce il suo libro: “Cazzimma”. In copertina un ragazzo dallo sguardo beffardo fuma una sigaretta, con la testa che emerge dall’acqua del mare; la luce è quella del tramonti estivi che solo il sud-Italia regala. “Cazzimma”, prima di essere pubblicato da Mondadori, arriva secondo a un concorso, di cui uno dei giudici era lo scrittore Luca Bianchini. Questi, che spingeva per farlo vincere, deluso dall’esito consiglia a Crupi di mandare comunque il manoscritto alla celebre casa editrice, che pochi mesi dopo deciderà di pubblicarlo. La storia è quella di una città, Napoli, e di una malattia, la criminalità organizzata. Lo scrittore descrive con maestria una realtà tutta italiana, dal punto di vista di due ragazzi, che anziché il coraggio scelgono la “cazzimma”: la paura mascherata da cattiveria. L’antidoto proposto da Crupi, per fuggire da questo mondo marcio e antichissimo, è il lavoro: ce l’ha spiegato in un’intervista concessa prima della presentazione del libro di venerdì.

“Cazzimma” è il titolo duro e crudo che hai dato al tuo primo libro pubblicato. Cosa racchiude il suo significato?

“Cazzimma” è un termine tutto partenopeo, quindi sconosciuto nel resto d’Italia. A Napoli significa tante cose: la prima è la cattiveria. La cattiveria opportunistica di chi vuole perseguire uno scopo e per farlo passa su qualsiasi cosa; anche sugli amici, anche su ciò che ha di più caro, perché per lui è solo importante quello scopo. Può anche significare, però, la cattiveria senza uno scopo, di chi vuol semplicemente far vedere la propria forza all’altro. Tanto più se l’altro è debole. Successivamente, “cazzimma”, ha assunto un significato quasi positivo: quello dell’agonismo, della grinta. Soprattutto in campo sportivo si richiede ai propri giocatori di avere “cazzimma”, cioè di essere senza pietà verso i propri avversari proprio perché si ritiene che il calcio e lo sport siano una guerra, anche se in realtà non lo  sono.

A proposito di scelte stilistiche: nel tuo romanzo utilizzi un linguaggio molto scarno, pochi aggettivi e zero frondoli linguistici. A cosa è dovuta questa scelta?

Io ho voluto scrivere un libro che avesse un certo ritmo, una certa fluidità. Quel che si racconta è la storia di Sisto, che è un ragazzo pony-express: guida lo scooter, ma in realtà ha un’attività secondaria che è quella del traffico di droga. Volevo trasmettere, attraverso la mia prosa, la capacità di Sisto di inserirsi nel traffico cittadino di una Napoli brulicante, famelica e molto caotica, e volevo farlo in questo modo: attraverso una serie di immagini molto rapide descritte con pochissimi flash, pochissimi tratti di pennello; e poi volevo anche cercare di riprodurre uno stile quasi cinematografico, proprio in base al tema che ho affrontato.

A differenza di altri che hanno scritto di questo tema, tu non condanni: la tua narrazione è assolutamente oggettiva e priva di giudizi…

Quel che m’interessava fare era di non scrivere uno dei soliti libri infarciti di retorica, di enfasi e di indignazione civile: ce ne sono altri. Volevo semplicemente raccontare una storia nuda e cruda, anzi che fosse, alcune volte, anti-retorica, nel senso che i suoi protagonisti commettono delle colpe ma non vengono puniti, se non qualcuno che mosso dal proprio senso di colpa si brucerà. La voce narrante, (ho utilizzato una terza persona), non fa mai la lezioncina, non dice mai ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: si limita solo a raccontare la storia, e tante volte incarna essa stessa la mentalità dei personaggi del romanzo che racconta.

Parlando di questi giovanissimi napoletani poni molto l’accento sul tema del lavoro, anziché su quello dell’istruzione. Come mai?

Semplicemente perché il lavoro rappresenta un’opportunità che questi ragazzi non hanno. Quando lavorano molto spesso sono sottopagati: conosco ragazzi che lavorano in condizioni incredibili a Napoli, che se lo raccontassi in altre parti d’Italia non mi crederebbero. Guadagnano pochissimo per lavorare tantissime ore al giorno. Per molti di loro il lavoro è visto come una grossa schiavitù, una limitazione, una mancanza di libertà: nel momento in cui sopraggiunge la tentazione di un guadagno facile, come può essere quella di un’attività criminale, questa conquista moltissimi di loro, come succederebbe in qualsiasi altra città, non solo a Napoli.

 

 

 

 

Info sull'Autore

- E’ nato nel 1994 e studia Scienze Politiche all' Università di Bologna. Ha ideato e realizzato “Pianeta Baobab”, rubrica web-televisiva dedicata ai giovani coinvolti nel sociale. Per Lulu Press ha pubblicato “Libero video in libero stato”, e-book sulla libertà d’informazione televisiva in Italia.

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