Published On: lun, gen 5th, 2015

La riforma della PA e il vizio inguaribile degli italiani

Dopo la cupola fascio-mafiosa, il boom di assenteismo dei vigili urbani: non c’è tregua negli scandali capitolini, che continuano a fustigare le cronache dalla capitale, come non avveniva da tempo.
La “grande bellezza” di Roma fatica a mostrarsi ultimamente, forse perché specchio di una “grande bellezza” italiana che da anni non riusciamo più ad intravedere.
Se il 2014 per la città eterna si è concluso tragicamente, infatti, non si può dire che il 2015 sia iniziato bene, con la notizia dell’epidemia di assenze, dei vigili romani, nella sera di capodanno.
Su un totale di 1000 vigili urbani dati per disponibili la sera del 31 dicembre, infatti, 835 si sono dati malati all’ultima ora, riducendo l’organico della vigilanza dell’83,5%. Le giustificazioni addotte sono delle più varie: malattia, donazione sangue, legge 104 etcetera.

A denunciare l’incredibile fatto è il Campidoglio, col sindaco Ignazio Marino in testa che ha già avviato un’indagine interna. A detta de L’Espresso, tuttavia, che ha pubblicato un j’accuse di un vigile che punta il dito contro le istituzioni, la ragione dell’assenza di massa sta in disorganizzazioni amministrative varie, su cui sarà meglio far luce al più presto.
Le reazioni dei politici non si sono fatte aspettare: a guidare la crociata degli indignados è il premier Renzi, che da Courmayeur (in vacanza con la famiglia) twitta:

Foto1

Poco dopo, di concerto col suo segretario di partito, anche il ministro della funzione pubblica Marianna Madiacinguetta:

Foto 2

Così, la legge delega Madia, approvata a luglio e ora in attesa di gran parte dei relativi decreti legislativi, viene bruscamente richiamata dai fatti di cronaca ai suoi propositi di rivoluzione meritocratica della PA, impresa a dir poco utopica.
Se infatti fino all’ultimo sembrava che il Jobs Act avrebbe riformato tanto il lavoro privato quanto quello pubblico, in una riunione del 24 dicembre il Consiglio dei Ministri ha cambiato idea, decidendo di rimuovere la parte della riforma riguardante il pubblico impiego. Prendendo tutti alla sprovvista, e non a torto.
A tal proposito, in una recente intervista a Repubblica, il ministro Madia ha dichiarato: “Il Jobs Act è stato pensato per il lavoro privato. Il che non vuol dire che non andranno studiati e applicati criteri simili anche nella PA. Il nostro intento non è punitivo, vogliamo invece ricostruire un senso di comunità che si è un po’ perduto negli ultimi anni”.

Cosa include questa riforma della pubblica amministrazione tanto sbandierata? L’unica cosa che si sa con certezza è che mira a ridurre il divario tra dipendenti pubblici e lavoratori privati, specialmente per quanto riguarda il trattamento disciplinare.
In attesa di modifiche, attualmente il pubblico impiego è ancora regolamentato dal famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, mentre nel privato vigono, parallelamente, la legge impervia voluta a suo tempo dalla signora Fornero, ministro nel governo Monti, e le modifiche introdotte dal Jobs Act.
Ciò vuol dire che, nel caso di licenziamento dichiarato illegittimo da un giudice, per un dipendente pubblico scatta sempre il reintegro.
Ciò non avviene, invece, se a essere licenziato per gli stessi motivi è un lavoratore privato, che viene reintegrato solo se il fatto contestato non sussiste, ovvero la ragione del licenziamento viene dimostrata illecita, impossibile o inesistente. Il governo, dunque, intende rendere più facili i licenziamenti del settore pubblico, anche attraverso controlli più severi sui certificati medici di chi si assenta dal lavoro per malattia.

A farlo ci penserebbe l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS) che fino ad oggi, oltre a erogare pensioni e assegni di previdenza, riscuotere contributi e controllare gli effettivi versamenti, si è occupato anche di verificare le assenze dei lavoratori privati, con una spesa di circa 25 milioni di euro. A verificare le assenze dei dipendenti pubblici, invece, ci pensano le singole ASL, che per farlo spendono 70 milioni di euro, e controllano circa la metà dei lavoratori.
L’idea del governo è quella di assegnare allo stesso istituto il controllo delle assenze di entrambi i settori, pubblico e privato. Così facendo si risparmierebbero fino a 60 milioni di euro, anche grazie alla maggiore qualità di controllo offerta dall’avanzato sistema digitalizzato in uso nell’istituto di via Ciro il Grande. Non è un caso, dunque, che la settimana scorsa Matteo Renzi abbia nominato presidente dell’INPS l’economista Tito Boeri, docente in Bocconi ed editorialista di Repubblica, nonché promotore della Flexicurity e di altre idee sul mercato del lavoro condivise dal premier, concepite nell’alveo della “Terza via” politico-economica, a cui Renzi da sempre dichiara di ispirarsi.

Gettando uno sguardo globale alla riforma c’è chi esclamerebbe: “Finalmente! Una riforma del pubblico impiego in senso meritocratico!”. Ma è davvero una novità? Pare di no.
La riforma della PA del 2009, voluta dall’allora ministro Renato Brunetta, non si discosta troppo dalle grandi linee della riforma fin qui rese note dalla Madia & co.
Più meritocrazia, guerra ai “fannulloni” del settore pubblico, licenziamenti più facili, incentivi e promozioni ai meritevoli, sanzioni esemplari a chi non lavora come dovrebbe e maggiore disciplina nei concorsi pubblici.
Come ha ribadito di recente il presidente alla camera di Forza Italia, le regole ci sono: viene perciò da dire che certi aspetti della riforma Madia siano solo i sintomi della brutta annuncite di cui sembra spesso e volentieri soffrire il governo in carica.

La normativa vigente è stata, effettivamente, poco applicata, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, da giorni sulle prime pagine dei giornali.
Nell’Italia della grande bellezza, invisibile ai più, viene da pensare che non si tratti davvero di riformare le regole (non del tutto almeno), ma più che altro di incentivarne il rispetto e l’applicabilità.

Nel lontano 1945, in un dibattito circa le normative radiofoniche, l’insigne giurista Arturo Carlo Jemolo disse: “non è tanto questione di sistemi giuridici da adottare, quanto di uomini e di costume”, anticipando con somma lungimiranza il vizio che più di ogni altro flagella da sempre il nostro paese.

Info sull'Autore

- E’ nato nel 1994 e studia Scienze Politiche all' Università di Bologna. Ha ideato e realizzato “Pianeta Baobab”, rubrica web-televisiva dedicata ai giovani coinvolti nel sociale. Per Lulu Press ha pubblicato “Libero video in libero stato”, e-book sulla libertà d’informazione televisiva in Italia.

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