Published On: lun, giu 1st, 2015

Regionali 2015: c’era una volta De Luca

Le urne sono già chiuse da ore, i seggi scrutinano le ultime manciate di voti, i media già impazziscono per interpretare i risultati, politici e politicanti tutti cantano vittoria, vomitando i peggiori sofismi pur di non ammettere la sconfitta. E’ il solito canovaccio, il lacero copione da post-elezioni che va in scena the day after: si sorride, si ammicca, si proclama, e intanto con la coda dell’occhio si cerca di scorgere un qualche profilo di chiarezza, un qualsiasi scenario netto che plachi la confusione post-elettorale.

Si sa, però, che le statistiche non parlano: registrano. Registrano fenomeni, eventi. Registrano tendenze. Quella più clamorosa, in questo giorno dopo le elezioni regionali, sembra essere la grande deflazione renziana, lo sgonfiamento imbarazzante della sinistra locale: quella delle sezioni, della base.

E nonostante la sconfitta in Veneto, prevedibile, e in Liguria, bruciante e inaspettata (ma Toti è ligure?), l’attesa e la tensione a Largo del Nazareno è tutta focalizzata sulla Campania, dove l’elezione a governatore Vincenzo De Luca l’ha portata a casa per un soffio. Mancano ancora qualche centinaia di sezioni ma il dato piuttosto stabile dà il candidato del centrosinistra attorno al 40%, contro il 38% circa del centrodestra. Il Movimento 5 Stelle, che corre da solo, è quasi al 18%, risultando il terzo partito della regione.

Quando i risultati finali daranno a De Luca la certezza della vittoria alle porte di Palazzo Chigi busserà una bella seccatura, che rischia di spaccare il premier. Tutta la campagna elettorale del candidato del Pd si è infatti basata sulla strenua difesa della propria eleggibilità, messa in discussione da molti, ma alla resa dei conti non si sfugge e la sentenza della Cassazione di pochi giorni fa, che trasferisce la competenza sui ricorsi degli amministratori locali decaduti dal TAR alla giustizia ordinaria, non fa che mettere il governo in una posizione ultrascomoda. I tribunali amministrativi regionali, assieme al Consiglio di Stato, sarebbero infatti “più sensibili” verso le necessità governative locali e regionali, a dispetto del “freddo distacco centralista” della giustizia ordinaria: la clemenza verso l’ex sindaco di Salerno non è dunque scontata.

Così, una volta eletto, De Luca rischia di rimanere vittima della Legge Severino, a causa di una sentenza dello scorso gennaio che lo condanna in primo grado per abuso d’ufficio. La stessa scure giuridica che decapitò l’allora senatore Berlusconi ora incombe minacciosa sulla giunta campana di centrosinistra, per due ragioni: da un lato De Luca potrebbe esser fatto fuori subito (la sentenza mette in chiaro che la pubblica amministrazione non ha nessuna discrezionalità propria al riguardo) senza avere nemmeno il tempo di nominare un suo vice-vicario e a quel punto si tornerebbe alle urne (e chi ha voglia di votare di nuovo? Il 48% di astensionismo sarebbe inevitabilmente destinato all’inflazione); dall’altro lato Renzi potrebbe decidere di abrogare per decreto l’articolo della legge che causa la decadenza di De Luca, ma lo sconcerto sarebbe enorme a quel punto e il premier potrebbe incorrere nell’accusa di abuso d’ufficio. Su scala nazionale la gloria renziana delle europee 2014 è andata scemando e i risultati di oggi non gli consentono un’azione tanto audace: meglio non strafare, la gente è arrabbiata e lo sta urlando forte e chiaro.

Il tema che infuoca il dibattito pubblico in questi giorni, tuttavia, è un altro, seppur strettamente connesso. Quanto è davvero lecito parlare di “impresentabilità”, in uno Stato di diritto? Il punto è questo: la qualifica di “impresentabile” non è altro che una categoria etico-politica, senza conseguenze vere e proprie sul versante giuridico. E’ un giudizio frutto di disquisizioni giornalistiche suffragate dal recente indispettito exploit di Rosy Bindi, che a nome della Commissione Antimafia di cui è presidente ha stilato una lista di 13 “impresentabili” campani, così qualificati sulla base di un codice etico approvato dai partiti (ah, i partiti hanno un codice etico? …).

Se la legge Severino stabilisce ex post l’ineleggibilità dei politici, la sentenza Bindi-Fava pretende di agire ex ante sulla loro presenza nelle liste elettorali. Ma quanto è legittimo un simile pronunciamento? I garantisti difendono De Luca e gli altri, o meglio ne affidano le sorti al voto, come è stato. Il rischio di amministratori marci fino al midollo, però, in questo modo è reale, soprattutto se si considera il distacco sempre più marcato degli elettori dalla politica, l’astensionismo crescente e il voto a naso turato sempre più frequente. In mancanza di alternative, i duri e puri votano il meno peggio, ma il meno peggio, ultimamente, sta vincendo un po’ troppo.

Info sull'Autore

- E’ nato nel 1994 e studia Scienze Politiche all' Università di Bologna. Ha ideato e realizzato “Pianeta Baobab”, rubrica web-televisiva dedicata ai giovani coinvolti nel sociale. Per Lulu Press ha pubblicato “Libero video in libero stato”, e-book sulla libertà d’informazione televisiva in Italia.

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