Published On: mer, gen 18th, 2017

La malagiustizia che rovina le persone per bene

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Un caso spaventoso di irregolarità e soprusi

 

La vicenda di un imprenditore concittadino in ascesa che un persistente errore di un Gip di Napoli e le contraddizioni del tribuale partenopeo che ad esso sono seguite, hanno rovinato professionalmente, materialmente e fisicamente, infliggendogli anche la beffa di negargli il risarcimento che la legge prevede. Un indicibile errore che nessuno ha pagato, come succede sempre quando gli errori giudiziari sono commessi da magistrati, i quali poi, vengono giudicati benevolmente da altri colleghi. 

 

Vi sono assurdità che credere vere è impossibile, perchè cozzano contro l’intelligenza, il buon senso, la razionalità e, quel che è peggio, con la realtà. Purtroppo non sono pochi i casi in cui queste assurdità sono spacciate per vere, e non da ometti qualsiasi  ma addirittura da magistrati: vederli ammettere l’errore commesso è come affermare che gli asini volano.

Le conseguenze di questi errori, ma è meglio chiamarli cocciuta incapacità di ammetterli, spesso sono devastanti e rovinano persone, famiglie, aziende.

Un caso da manuale perverso di queste “gesta” accadde molti anni fa. Erano gli anni ’70 ed una stupenda azienda, la Chiari e Forti di Treviso, il cui titolare era l’ingegnere Enrico Chiari di Parma, venne accusata di avvelenare la gente con l’olio che produceva (olio Topazio n. d. r.). Chi puntò il dito contro l’imprenditore fu un magistrato trevigiano. il quale addirittura lo mandò in prigione per due mesi; l’azienda, una delle più importanti del settore, fu letteralmente rovinata. Poi si appurò che tutto era regolare. Il magistrato che aveva commesso questa oscenità giuridica ebbe una promozione.

Questo racconto ne introduce un altro simile accaduto ad altro nostro concittadino agli inizi degli anni ’90, precisamente l’8 ottobre 1991. Quel giorno il signor Giorgio Nardelli che si trovava a Roma per lavoro, fu arrestato dai carabinieri, ammanettato caricato su un cellulare, condotto a Napoli e rinchiuso nel carcere di Poggioreale per misure cautelari disposte dal Tribunale di Napoli.

Ma chi era il signor Nardelli?  Era una persona che in una quindicina d’anni aveva saputo dar vita ad un’azienda, la “Parma Trading”, che si occupava di commercio internazionale e che aveva raggiunto importanti traguardi nel campo medico interessandosi di apparecchi elettronici innovativi. La sua serietà e capacità gli avevano guadagnato la fiducia di importanti produttori giapponesi, canadesi e australiani che gli avevano concesso in esclusiva la rappresentanza dei loro prodotti. Gli affari si erano sviluppati nel tempo ed il nome della “Parma Trading” era diventato sinonimo di un’azienda seria e intraprendente. Proprio in quel 1991 il Nardelli aveva lanciato sul mercato europeo uno speciale cardiografo, di brevetto giapponese, che aveva, come si suol dire, “sfondato” e reso obsoleti i similari  apparecchi sino ad allora in commercio.

Quando l’azienda del signor Nardelli, poteva con soddisfazione raccogliere meritatamente  il frutto di una pluriennale esperienza, accadde l’assurdo fatto su descritto. E per l’azienda fu la condanna a morte.

Il Signor Nardelli languì per oltre 40 giorni in carcere senza che gli venissero addebitati specifici reati, gli fu detto solo che il Gip di Napoli aveva disposto il suo arresto ritenendolo indiziato di qualche imprecisato reato. Fu scarcerato e inviato agli arresti domiciliari per tredici mesi in attesa del processo fu così per ben 463 giorni condannato senza motivo, all’inoperosità con le prevedibili conseguenze. La sentenza arrivò con la nota velocità della giustizia italiana nel gennaio 1999; il signor Nardelli fu assolto perchè i fatti di cui era accusato non sussistevano: imputazioni e misure cautelari erano dovute a errore dell’autorità inquirente. Ma non finì lì; dopo il danno la beffa ad opera dello stesso Tribunale di Napoli che respinse le sue richieste di risarcimento adducendo pretesti puerili e contradditori non rilevando la superficialità degli accertamenti e, ancor peggio, che i reati imputati erano stati semplicemente ed irresponsabilmente inventati..

Il fermo dell’attività costò al Nardelli un danno valutabile in tre miliardi degli anni ’90 del secolo scorso e ancora dovette subire le esecuzioni delle banche e dell’Inps con cui non potè, ovviamente, far fronte agli impegni stante la causa di forza maggiore della lunga detenzione. Ma dura lex sed lex, il Tribunale di Parma accettò richieste non valide dell’Inps assegnando allo stesso il ricavato delle aste giudiziarie degli immobili del Nardelli e di sua moglie.

In simili condizioni anche il più forte degli uomini non può non subire conseguenze alla sua salute ed il Nardelli che non era un maciste, ma persona mite e gentile, subi conseguenze enormi: danni psico biologici permanenti che gli causarono un forte deficit fisiologico che incise pure sulla di lui capacità lavorativa.

Il caparbio errore del Gip partenopeo ha distrutto un’azienda; ha infangato l’immagine di un imprenditore non solo in Italia, ma anche all’estero ove lo stesso operava professionalmente, godendo  ovunque grande stima e rispetto; ha rovinato la salute ad un onest’uomo ed alla sua sposa; gli ha tolto casa ed altri beni aggrediti dai creditori. E per il Tribunale di Napoli il danno non sussisteva! Se un commento chi scrive lo può fare è che se una cosa simile fosse capitata a lui se avesse avuto un’arma in casa l’avrebbe usata.

Ma che paese è il nostro ove simili cose succedono, ove chi è responsabile della rovina di persone e aziende non subisce nessuna conseguenza, ove un tribunale nega ripetutamente e colpevolmente l’evidenza negando almeno all’innocente rovinato un risarcimento che la legge, anche se non nella giusta misura, riconosce? Disse il Talleirand a proposito di un fatto accaduto in un tribunale: “E’ peggio di un delitto, è un errore”. Nei paesi civili chi commette un errore deve riparare, qui da noi ciò non accade e nemmeno si capisce che l’errore di un magistrato si chiama ingiustizia che è la cosa più nefasta che possa esistere ed è sempre causa di dolore e spesso anche, come nel nostro caso, di rovina.

Un caso del genere non può non generare domande inquietanti e la prima è, per usare un termine giuridico “Cui prodest?”, chi favorisce? Anche se non vi fossero utilità dirette vige sempre il “Mors tua vita mea” e riguardano i concorrenti del Nardelli sul piano professionale. Certe morti tuttavia non avvengono per caso.

E’ incomprensibile come la Corte di Appello di Napoli, non riconoscendo il danno subito, non abbia tenuto conto delle dichiarazioni del Nardelli, allora indagato, che i fatti a lui contestati non sussistevano, come la sentenza di assoluzione confermò.

Com’è possibile non vedere che le conclusioni dell’ordinanza della Corte di Appello napoletana che nega al Nardelli il risarcimento del danno si pongono in palese contrasto con le motivazioni della sentenza di assoluzione?

Che tribunale è quello di Napoli che riconosce l’innocenza di una persona che per causa dello stesso tribunale è stata “massacrata” e poi nega che questo “massacro” sia avvenuto?

Si voleva forse proteggere chi ha sbagliato come quel Gip che ha sbattuto in galera un galantuomo e non ha voluto sentire ragioni?

Non si può, nella fattispecie, non avere cattivi pensieri, ma è ormai appurato che spesso a pensare male ci si “azzecca”, come diceva un noto magistrato milanese e se c’è un caso che questi pensieri colgono nel segno è proprio il pietoso e incredibile

caso accaduto al signor Giorgio Nardelli.

 Odino Magi

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